Ebola: America ha paura dopo primo uomo contagiato da virus in Texas

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Ora l’America ha paura. Il primo caso di Ebola diagnosticato negli Stati Uniti, a Dallas, preoccupa l’opinione pubblica, per nulla rassicurata dalle parole delle autorità sanitarie che continuano a escludere categoricamente che si possa diffondere un’epidemia nel Paese.

«Il virus è arrivato negli Usa», titolano giornali e notiziari Tv. E non aiuta a scacciare lo spettro del contagio la polemica che sta montando sul ritardo con cui i medici del Texas Health Presbyterian Hospital avrebbero capito la serietà della situazione. Nè la notizia – per ora non confermata ufficialmente – che il paziente sarebbe arrivato dalla Liberia via Bruxelles, da dove non esistono voli diretti per Dallas.

Gli esperti, pur lanciando l’appello a non alimentare allarmismi ingiustificati, sono i primi ad essere consapevoli che un’emergenza simile non può essere sottovalutata. In Texas è in corso una vera e propria “caccia all’uomo” per rintracciare tutte le persone che sono venute in contatto col paziente.

Non ci sono numeri ufficiali, ma secondo fonti delle autorità locali potrebbero essere tra le 12 e le 18. Tra loro diversi bambini in età scolastica, come ha confermato il governatore del Texas, Rick Perry: almeno cinque.

I primi controlli sono scattati sui parenti del malato e sul personale ospedaliero che lo ha trasportato e accolto in ospedale. Almeno tre paramedici sarebbero già stati messi sotto osservazione, in quarantena. E anche l’ambulanza utilizzata sarebbe stata ritirata dal servizio e isolata. Ma è palpabile la preoccupazione di tutti – anche di chi ostenta sicurezza – per l’impossibilità di poter rintracciare tutte le persone che il paziente ha incontrato da quando è arrivato negli Stati Uniti, il 20 settembre scorso.

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I primi sintomi di Ebola, infatti, si sarebbero manifestati solo il 24 settembre.

Ma quando il malato si è recato al pronto soccorso dicendo di star male, nonostante avesse spiegato di essere arrivato dalla Liberia è stato dimesso, due giorni dopo. È tornato quindi in ospedale il 28 settembre, e a quel punto ai medici è stato chiaro che si trattava di un caso sospetto di Ebola. Sospetti che il 30 settembre sono stati confermati.

Mentre c’è chi punta il dito sull’ospedale, col personale del reparto specializzato nelle malattie infettive che non sarebbe stato affatto informato della prima visita compiuta dal paziente, due giorni prima. Dunque, un difetto di comunicazione che potrebbe aver ritardato la messa in atto delle procedure di emergenza. Intanto le autorità continuano a mantenere il riserbo sull’identità e le generalità del malato.

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Ma l’Ap sarebbe riuscita a rintracciare la sorella, scoprendo che il paziente sarebbe un uomo, quasi certamente non di cittadinanza americana, che si chiama Thomas Eric Duncan e venuto negli Stati Uniti per incontrare i familiari. Le sue condizioni sono state definite dai medici «gravi ma stabili».

Mentre in Liberia si registra la prima vittima del virus della febbre emorragica tra il personale delle Nazioni Unite arrivato nell’Africa Occidentale per affrontare l’emergenza

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