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“Ribellione non è eroismo ma necessità”, a dirlo è Piero Pelù, leader dei Litfiba, nel suo nuovo libro

"Ribellione non è eroismo ma necessità", a dirlo è Piero Pelù, leader dei Litfiba
“Ribellione non è eroismo ma necessità”, a dirlo è Piero Pelù, leader dei Litfiba

«Non ci avrei scommesso un centesimo sui miei cinquanta. Sui trenta forse, ma cinquanta neanche a pensarci». Inizia così il «Identikit di un ribelle» (Rizzoli), l’autobiografia di Piero Pelù scritta a quattro mani con Massimo Cotto, in libreria da oggi.

Il racconto corre lungo tutta la sua vita, che per gran parte è stata ed è ancora segnata dalla musica, con un unico filo conduttore: la voglia di ribellione, che nel piccolo Piero Pelù ha iniziato a manifestarsi già in tenera età, quando andava contro la mamma o le suore dell’asilo che hanno scatenato in lui un forte anticlericalismo – Suor Cristina di The Voice, dove è giudice, a parte, «marchiandolo» a fuoco.

«La ribellione non è un gesto eroico, ma necessario. E lo è tanto più in un periodo storico come questo», spiega Pelù che non si è mai tirato indietro davanti alle ingiustizie o alla corruzione. I suoi live adrenalinici lo hanno messo più volte a rischio, i suoi attacchi frontali ai potenti di turno e le sue grida di rabbia contro le organizzazioni mafiose gli sono costati cari: minacce, gogne mediatiche e addirittura il divieto di esibirsi in Sicilia.

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«Qualcuno storcerà il naso anche per questo libro, tanto qualunque cosa faccio c’è sempre qualcuno a cui non piace. Ma non è che per me sia un problema non piacere a tutti e non pretendo neanche di essere un incompreso. Esistono tanti tipi di Italia. Io faccio parte di quell’Italia che non si arrende. Anche se faccio il rocker, anche se sono un casinaro e mi piace far festa».

Del resto si definisce un Peter Punk, «uno che quando deve dire qualcosa non le manda a dire. Non ho mai avuto »pelù« sulla lingua», ironizza. Anche quando, ad esempio si è trattato di Matteo Renzi, sindaco uscente della sua Firenze e attuale presidente del Consiglio, con il quale spesso di è trovato in aperto contrasto.

Il leader dei Litfiba, che è anche in tour per l’Italia, si racconta a ruota libera, esorcizzando le sue paure e confidando i suoi timori.

Primo fra tutti l’incubo delle droghe pesanti, che ciclicamente minacciano l’esistenza delle generazioni più a rischio e che hanno coinvolto persone a lui care.

«È stato un incubo degli anni ’70, poi dei ’90 e oggi è tornato ancora – dice ancora -. Si presenta ogni volta che c’è aria di incazzatura in giro. Non sarà certo un caso. E da dove arriva tutta questa eroina? Dall’Afghanistan, dove noi spendiamo milioni in una pseudo missione di pace. Se li avessimo spesi per i vari terremoti che abbiamo avuto, avremmo ricostruito cento L’Aquila. Ma noi siamo campione mondiali nello sputtanare il nostro Patrimonio. La cultura, la storia danno fastidio. Ed è il risultato di 25 anni di berlusconismo. Lo spread con l’Europa non è sui titoli di Stato, ma sulla cultura», attacca senza risparmiare nessuno. E se non pensava di arrivare ai 50, ora che i 50 li ha raggiunti e superati, qual è il traguardo che non taglierà mai?

«Quello della tranquillità, non ci arriverò mai»

 

Articolo scritto da Redazione