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AltaRoma: Sabrina Persechino si ispira alle opere degli Architetti Zaha Hadid, Jean Nouvel e Renzo Piano

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Abito ispirato al Jean-Marie Tjibaou Cultural Center (New Caledonia) di Renzo Piano

L’architettura è un’arte. Usa tecniche per generare emozioni e lo fa con il proprio linguaggio fatto di spazio, proporzioni, luce e materiale. Per un architetto la materia è come il suono per un musicista o le parole per un poeta.” (Renzo Piano)

“La moda è un’arte che genera emozioni, fatta di tessuti, texture, materiali, finiture, tagli, cuciture, sapienti manifatture. Progetto un abito come faccio per un edificio: piante, prospetti, sezioni, proporzioni, tagli, luci e ombre che avvolgono la figura umana.”

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Di Jean Nouvel vengono sviscerati l’Istituto del Mondo Arabo (Parigi) La facciata parigina si trasforma in texture cangiante che assorbe e riflette la luce a seconda dell’inclinazione del raggio luminoso.

Anche questa volta Sabrina Persechino affida all’architettura, disciplina che le è propria, il design della collezione Primavera Estate 2014, e lo fa attraverso l’analisi e la scomposizione estetico – prospettica di alcune opere di tre tra i più grandi architetti contemporanei: Zaha Hadid, Jean Nouvel e Renzo Piano.  Dall’incontro diretto con i tre architetti, in cui Sabrina Persechino affronta il dibattito sul processo creativo  che ha generato il progetto e poi la realizzazione dell’opera, nasce Haute Concrete, il cui nome conia il legame simbiotico tra i materiali che, aggregati, compongono gli abiti, intesi come struttura. Haute Concrete, perché la miscela, fatta principalmente di sete e metalli, imita il processo di preparazione del calcestruzzo armato, conglomerato artificiale costituito da una miscela di legante, acqua e aggregati (sabbia e ghiaia) gettato in casseforme di legno con anime di ferro.

La scelta della location per presentare la collezione non poteva che essere il MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, opera architettonica di forte impatto e contenitore di arte contemporanea.

Di Zaha Hadid vengono analizzati, immancabilmente il MAXXI e il Ponte – Padiglione di Saragozza. Del primo viene evidenziata la struttura di travi longitudinali, che segna una direzionalità ben definita e invita nei grandi percorsi distributivi. Come le travi seguono la plasticità delle pareti, così le linee decise, sinuose e parallele percorrono la figura umana avvolta nel rosso sensuale del raso di seta. Del Ponte-Padiglione, costruito per l’Expo del 2008 (il cui tema era Acqua  e Sviluppo Sostenibile) vengono evidenziati e riprodotti nella lavorazione del tessuto gli elementi reticolari o “baccelli”, denominati tali dai progettisti dello studio Zaha Hadid Architects. All’acqua non poteva che essere associato il bianco.

Di Jean Nouvel vengono sviscerati l’Istituto del Mondo Arabo (Parigi) e il Burj Doha (Qatar). La facciata parigina si trasforma in texture cangiante che assorbe e riflette la luce a seconda dell’inclinazione del raggio luminoso: Nouvel gioca con la geometria della luce recuperando il principio della distillazione. Pannelli dotati di appositi sensori capaci di regolare il flusso luminoso e termico grazie a piastre esagonali fotosensibili. Veri e propri diaframmi, come quelli di una macchina fotografica, che si aprono e si chiudono automaticamente a seconda dell’intensità della luce diurna e rappresentano una moderna forma di mashrabiyya arabe. Gli schemi geometrici conducono alla tradizione islamica e alla jali. La jali è una griglia perforata che consente la visione in una sola direzione, oltre al passaggio di luce e aria, e consente di preservare l’intimità familiare, fondamentale nelle società islamiche, permettendo così di poter guardare fuori senza essere visti e impedendo a chiunque di osservare all’interno. Così il macramè metallico del  rivestimento della Torre di Doha, diventa l’elemento caratterizzante degli abiti blu-indaco. Le catene e i motivi stellati creano merletti – jali sugli abiti in pura seta.

Il Jean-Marie Tjibaou Cultural Center (New Caledonia) e la Banca Popolare di Lodi sono le opere protagoniste del design dedicato a Renzo Piano.  I profili della prima traggono ispirazione, per forma, colori e materiali, dagli insediamenti tradizionali del luogo, capanne fatte di listelli e centine in legno, e dalle Faitiere Flèche, sculture in legno rappresentative della cultura Kanak. Le “capanne” hanno la conformazione di un guscio traforato. La struttura curva è realizzata in doghe di legno di larghezze differenti e spaziate in modo disuguale, ottenendo così non solo un effetto ottico di leggera vibrazione che accresce l’affinità con la vegetazione ma anche un effetto sonoro: al passaggio del vento emettono un fruscio simile a quello degli alberi. La struttura verticale viene enfatizzata dai tagli sulle sete, principalmente sui bustier; l’ariosità dei gusci genera ampie gonne e mantelle, mentre le essenze arboree, principalmente bambù, dipingono le sete con tonalità che vanno dal verde al marrone. Della Banca Popolare di Lodi si analizzano i due grandi spazi sociali: la piazza coperta e l’auditorium, oltre che i materiali concreti che il progetto elabora: colore o trasparenza, leggerezza o terra cotta.  La tensostruttura della piazza, fatta di lastre di vetro sospese tra cavi e pendini in acciaio con un giunto fermavetro, diventa un pendente di frange impreziosite da cristalli e lustrini ferrosi. Il sistema di pannelli acustici, ovali e convessi, si trasforma in una lavorazione fatta di resine interne e invisibili e impunture sulla seta. Il colore rigorosamente di terracotta.

Articolo scritto da Paola