Mostre: l’Italia in tavola negli anni 50 e 70 attraverso la pubblicità

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Mostre: "Cibo Immaginario" l'Italia in tavola negli anni 50 e 70
Mostre: “Cibo Immaginario” l’Italia in tavola negli anni 50 e 70

A Roma pubblicità e immagini raccontano vent’anni di storia italiana con la mostra “Il cibo immaginario. 1950-1970. Pubblicità e immagini dell’Italia a tavola“, mostra ideata e curata da Marco Panella e prodotta da Artix in collaborazione con Gruppo Cremonini e Coca-Cola Italia, fino al 6 gennaio a Palazzo delle Esposizioni.

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Un coloratissimo viaggio indietro nel tempo, attraverso più di 300 inserzioni pubblicitarie, depliant, agende, cataloghi, calendari, fumetti, figurine, cartoline illustrate, per la prima volta raccolte insieme e tutte dedicate al cibo e ai riti del mangiare.

La prima, in ordine di tempo, è quella di un vigile che ferma tutti e avverte: «Se non è Elah non è Ghiacciomenta!».

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Una delle ultime, ancora negli occhi di molti, è Gringo che, cappello da cowboy e sigaro in bocca, assicura: «È carne ben scelta, è carne sovrana», perchè «è carne Montana».

In mezzo c’è il racconto di vent’anni di un paese che cambia, si riprende dalla guerra, conosce il boom economico e la modernità e poi si avvia a una nuova crisi ne «La tavola – spiega il curatore Marco Panella – è il primo vero social network, dove si costruisce e tramanda il ricordo».

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In una finestra di tempo che idealmente si apre «con Ladri di biciclette», il film di De Sica del ’49 «e si chiude nel ’73, con l’austerity e il ritorno degli italiani alla bici per questioni economiche», la mostra, prosegue Panella, «racconta il paese per immagini, attraverso 12 temi del vivere quotidiano», dall’Italia dei bambini (a suon di Ovomaltina e caramelle Ambrosoli) a quella degli intenditori (del Cynar ma anche del «brodo di lusso» Knorr).

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E poi l’Italia del futuro (con la Pastina Buitoni e il suo «potente attivatore dell’intelligenza»), quella delle feste e quella del risparmio, che sogna concorsi a premi e offerte speciali.

«Le pubblicità sono lo specchio di quello che siamo stati – prosegue Panella -. Nel ’51 l’Italia era un paese che aveva fame, con 12 milioni di persone in miseria o condizioni disagiate». Ecco allora che si mangia per stare bene e la pubblicità punta tutto sulla salute con addirittura un medico a consigliare i fiordilatte Motta.

E poi c’è la donna, che da angelo del focolare accanto a uno strapieno frigorifero Westinghouse diventa simbolo di seduzione negli anni Sessanta.

Cambiano anche i sogni.

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La Coca-Cola, ad esempio, racconta Vittorio Cino, direttore comunicazione e rapporti istituzionali del marchio per l’Italia, «nel dopoguerra era accostata all’american way of life. Ma in pochi anni diventa il simbolo dell’italian way of life, accompagnando il paese verso la modernità, la riscoperta del tempo libero e l’emancipazione giovanile».

Tanto che la stessa inconfondibile bottiglietta compare ora su una tavola imbandita per Natale, ora nella mano di una ragazza al volante, lanciata verso la propria indipendenza.

«In qualche modo – commenta il critico Aldo Grasso – la pubblicità è un galateo dei consumi: tutto quello che rappresenta è che con quel prodotto entrerai in un mondo migliore e la tua vita sarà diversa».

Chiudono la mostra 28 scatti dell’Italia «dal vivo» di quegli anni, il paese al quale la pubblicità parlava e che attraverso quegli slogan sognava il suo futuro

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